La serie di afflussi negli ETF su Bitcoin si interrompe dopo sette giorni! L’ombra dei rialzi dei tassi prevale sui vantaggi normativi e la narrazione dell’“oro digitale” viene nuovamente messa in discussione dal mercato
Alla fine della scorsa settimana, si sono registrate ingenti uscite di capitali dai fondi ETF Bitcoin quotati negli Stati Uniti, evidenziando la fragilità della recente ripresa del token. Il 23 e 24 luglio, i deflussi dagli ETF Bitcoin hanno superato 465 milioni di dollari, interrompendo un flusso ininterrotto di sette giorni di afflussi; la causa principale è la preoccupazione del mercato per il possibile aumento dei tassi da parte della Federal Reserve, che ha sovrastato lo slancio recente portato dal "Clarity Act".
Secondo quanto riportato da APP Finanza Intelligente, nella seconda metà della scorsa settimana, i fondi negoziati in borsa collegati al bitcoin (ETF su bitcoin) quotati sul mercato azionario statunitense hanno subito significativi deflussi di capitale, mettendo in evidenza l’estrema fragilità del recente recupero di prezzo di questa criptovaluta. Attualmente il prezzo del bitcoin si aggira intorno ai 65.600 dollari, in calo di circa il 48% rispetto al massimo storico di circa 126.300 dollari raggiunto nell’ottobre 2025. Questo ciclo ribassista potrebbe essere il “più pericoloso e più profondo” nella storia delle negoziazioni di bitcoin, ovvero una delle fasi di mercato orso più insidiose e difficili da liquidare rapidamente, non essendo guidato da nessun singolo cigno nero. La traiettoria di debolezza senza uno specifico evento negativo di riferimento implica che non esiste un punto chiaro in cui “tutte le cattive notizie siano già scontate”, con le pressioni di vendita che derivano dal rimborso degli ETF, dai tassi reali, dal deleveraging degli asset tecnologici, dalla lentezza regolamentare e dalle restrizioni di liquidità a lungo termine di società di tesoreria come Strategy.
I dati statistici di mercato più recenti mostrano che il 23 e il 24 luglio, gli ETF spot che replicano il prezzo del bitcoin hanno registrato deflussi totali superiori a 465 milioni di dollari, ponendo fine alla serie di sette giorni consecutivi di afflussi netti nei bitcoin ETF. I timori sul possibile ritorno a rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve hanno prevalso rispetto al recente slancio positivo innescato dalla legge “CLARITY” (Digital Asset Market Structure Bill), normativa attesa da tempo dal mercato USA delle criptovalute.
Negli ultimi giorni, i continui sviluppi geopolitici in Medio Oriente hanno aumentato la volatilità del bitcoin. Nella prima sessione asiatica di lunedì, la principale criptovaluta è tornata sopra i 65.000 dollari, risalendo insieme agli altri asset di rischio con un rialzo temporaneo vicino al 2%. In generale, nella giornata di lunedì, i prezzi di bitcoin e altre criptovalute hanno segnato lievi rialzi, favoriti dall’estensione dell’accordo tra Stati Uniti e Iran per sospendere attacchi ritorsivi, dissipando i timori di una grave interruzione dell’approvvigionamento energetico nella regione dopo la recente escalation delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente.

Come illustrato sopra, la sospensione dei contrattacchi tra USA e Iran ha sostenuto leggermente il prezzo del bitcoin.
Ivan Lim, senior derivatives trader di FalconX, ha dichiarato: “Ci aspettiamo che l’incertezza guidata dai fattori macro rimanga dominante in settimana, ma il nostro outlook strutturale su bitcoin rimane rialzista. I recenti deflussi dagli ETF sul bitcoin e il sentiment di mercato fragile sono principalmente una reazione negativa all’attesa dell’iter legislativo della Legge CLARITY e al rapido aumento delle attese di ulteriori rialzi da parte della Fed.”
Le banche americane si oppongono con forza a qualsiasi iniziativa che consenta alle stablecoin di riconoscere interessi. I membri democratici del Congresso restano in gran parte riluttanti ad approvare norme che possano incentivare la domanda di criptovalute e avvantaggiare ulteriormente Trump e altri funzionari con ingenti partecipazioni in criptoasset.
Relativamente alla Legge CLARITY, le clausole di etica rappresentano ancora uno dei principali punti di disaccordo. Il Congresso degli Stati Uniti è al lavoro per raccogliere sufficienti voti democratici prima della pausa di agosto. I Democratici chiedono generalmente requisiti più stringenti di controllo per impedire al presidente Donald Trump di trarre profitto dal settore delle criptovalute regolamentato dalla sua amministrazione. I dati di mercato più recenti hanno evidenziato che l’anno scorso egli ha ottenuto inaspettatamente 1,4 miliardi di dollari dalle attività crypto, intensificando ulteriormente la disputa tra i due partiti.
La Legge “Chiarezza” (Clarity Bill) prevede di attribuire la competenza regolamentare sulle cripto-asset alla Commodity Futures Trading Commission e alla Securities and Exchange Commission statunitensi, in base al riconoscimento della token come commodity o investimento. Originariamente, la legge doveva basarsi sulla Genius Bill dell’anno scorso, la quale aveva introdotto per la prima volta un quadro regolatorio per l’emissione e l’uso delle stablecoin – criptovalute ancorate al valore delle valute legali. La Legge CLARITY mira agli altri crypto asset in senso ampio, andando a chiarire infine la giurisdizione regolamentare di token come bitcoin.
Nonostante l’aumento dei deflussi degli ultimi due giorni, sull’intera settimana gli ETF bitcoin quotati sulle borse US hanno comunque registrato afflussi per 33,8 milioni di dollari. Si tratta della terza settimana consecutiva di flussi netti positivi; nelle otto settimane precedenti, gli investitori avevano ritirato complessivamente 8,3 miliardi di dollari da questi fondi ETF quotati in USA.

Come mostra il grafico sopra, si è accentuata la cautela del mercato, con il flusso netto settimanale nei bitcoin ETF quotati negli Stati Uniti che risulta notevolmente rallentato.
I deflussi della seconda parte della scorsa settimana sono stati guidati soprattutto dal bitcoin ETF lanciato da BlackRock, identificato con il codice IBIT. Anche se gli investitori istituzionali di Wall Street stanno parzialmente tornando su bitcoin e altre valute digitali dopo una lunga serie di riscatti, il sentiment generale rimane cauto. I dati più recenti mostrano che, in caso di peggioramento del contesto, gli investitori realizzano rapidamente i profitti o riducono drasticamente la propria esposizione al rischio.
Rachael Lucas, analista di BTC Markets, ha dichiarato: “Le prossime sedute saranno decisive. Se i flussi si stabilizzeranno, significa che la pausa è legata soltanto a eventi geopolitici; se, invece, per la seconda settimana consecutiva ci saranno forti deflussi, la situazione diventerà ben più seria.”
Aspettative di rialzo dei tassi, deflussi ETF, tech sotto pressione, Strategy pronta a vendere: bitcoin torna da “oro digitale” a barometro della liquidità globale
Tra il 23 e il 24 luglio, gli ETF spot statunitensi sul bitcoin hanno perso in totale più di 465 milioni di dollari, interrompendo una serie di sette giorni consecutivi di afflussi; su base settimanale restano però lievi afflussi netti per 33,8 milioni di dollari. Dopo otto settimane con deflussi per complessivi 8,3 miliardi di dollari, questa dinamica indica che i capitali istituzionali stanno solo ricoprendo tatticamente le posizioni, ma senza avviare un vero movimento strategico di accumulo. Le tensioni in Medio Oriente, facendo salire il prezzo del petrolio e il rischio inflattivo, costringono il mercato a rivedere al rialzo le probabilità di una stretta monetaria da parte della Fed.
Dal punto di vista macro, la vera chiave di questa correzione non è il crack di qualche exchange, bensì l’ulteriore inclusione del bitcoin nei portafogli istituzionali. Le tensioni in Medio Oriente aumentano il petrolio e i rischi inflattivi, inducendo gli operatori a rivalutare la possibilità che la Fed mantenga i tassi alti più a lungo; il bitcoin, come asset che non genera interessi né flussi di cassa, vede aumentare il proprio costo opportunità in uno scenario di rendimenti reali in crescita. Con il dollaro forte, i rendimenti dei Treasury in salita e il costo del credito più alto, per il bitcoin si riducono la valorizzazione spot, i rendimenti dall’arbitraggio del differenziale e la capacità di tenuta delle posizioni lunghe a leva. La sospensione dei contrattacchi tra Stati Uniti e Iran ha favorito un temporaneo ritorno del bitcoin sopra i 65.000 dollari, ma si è trattato più di un “rientro del premio di rischio geopolitico” che di un flusso direzionale di nuovi capitali.
La debolezza dei titoli tecnologici si trasmette al mercato crypto attraverso la riduzione del rischio, del valore dei collaterali e dei fattori dei modelli quantitativi, piuttosto che attraverso cambiamenti nei fondamentali della rete bitcoin. Nel momento in cui vengono messi in dubbio i ritorni degli investimenti sull’AI, il momentum sul settore semiconduttori avvia rapide fasi di deleveraging, pesando sia sul Nasdaq (-0,64% il 24 luglio) sia sul Philadelphia Semiconductor Index (-4,5% in un solo giorno).
Dato che gli ETF spot hanno reso il bitcoin sempre più integrato nei conti dei broker tradizionali, nei fondi macro e nei portafogli multi-asset, il bitcoin si comporta ormai come un asset tecnologico ad alta beta: quando gli istituzionali riducono la loro esposizione in AI, semiconduttori e growth stock, spesso contemporaneamente diminuiscono anche le allocazioni crypto, riscattano ETF o chiudono posizioni long sui future perpetui. Va sottolineato come la performance del bitcoin a luglio sia stata inizialmente migliore rispetto ai titoli dei chip, segnalando che le due asset class non si muovono sempre nello stesso modo; ma la forza trainante rimane comunque il sentiment di rischio e la liquidità globale, non un effettivo ritorno della funzione di bene rifugio indipendente dal mercato azionario.
La dinamica più importante dal punto di vista micro per l’industria cripto è il passaggio di Strategy da “acquirente permanente” a potenziale venditore marginale. L’azienda ha già venduto circa 218 milioni di dollari in bitcoin nel 2026, compresa una singola cessione di 3.588 bitcoin per circa 216 milioni di dollari, utilizzati per il pagamento di dividendi privilegiati e per integrare le riserve in dollari; oltre a questo, ha autorizzato la vendita fino a 1,25 miliardi di dollari in bitcoin in futuro. Rispetto alle oltre 840.000 unità ancora detenute, queste cifre non sono sufficienti a modificare da sole domanda e offerta di mercato, ma la risonanza narrativa è maggiore dell’impatto quantitativo: questo ha incrinato la convinzione che Strategy sia solo un acquirente e ha rivelato la dinamica di feedback negativo tipica della tesoreria digitale — il calo del prezzo comprime il valore netto patrimoniale e la capacità di raccolta, portando così le aziende a utilizzare i bitcoin per pagare dividendi e debiti fissi, trasformando una domanda strutturale in un’offerta potenziale sotto pressione.
Il crollo attuale del bitcoin è più pericoloso dell’“inverno 2022”?
La debolezza attuale del bitcoin non è attribuibile a problemi di sicurezza della blockchain, hash rate o valore intrinseco del protocollo, ma alla congiunzione di aspettative di stretta macro, deleveraging degli asset tech, mancanza di fiducia negli ETF e pressione sul modello finanziario delle tesorerie aziendali. Tutto ciò fa pensare che questa potrebbe essere la fase bear più complicata e insidiosa nella storia delle contrattazioni del bitcoin, la più “nascosta” e difficile da liquidare velocemente.
Anche se la Legge CLARITY dovesse fare passi avanti, migliorando il premio di status regolamentare sul lungo periodo, difficilmente potrà controbilanciare nell’immediato la pressione derivante dai prezzi del petrolio, dai tassi di interesse e dai flussi di capitale. Un vero segnale di inversione duraturo sarebbe dato da diverse settimane di afflussi netti negli ETF, dal picco degli attesi rialzi e dei tassi reali, dalla stabilizzazione dei budget di rischio per i titoli tecnologici e dal ritorno di Strategy tra i net buyers: fino a quando queste condizioni non si concretizzeranno, anche eventuali rimbalzi in scia a notizie geopolitiche resteranno probabilmente all’interno di un range volatile, senza configurare una vera e propria ripresa del trend rialzista.
In termini di entità e di impatto sistemico, questa fase non è ancora la peggiore nella storia del bitcoin: dal 2014 ci sono stati quattro drawdown superiori al 50%, con un calo medio vicino all’80% nei tre maggiori cicli, mentre il 2022 è stato segnato dai default di Terra, 3AC e FTX e da una crisi di liquidità a catena. Al momento, non ci sono rotture di catene di credito di tale portata né prove di compromissione dell’infrastruttura bitcoin. Tuttavia, per durata, danno narrativo e struttura della domanda, questa fase ribassista appare più insidiosa.
Nel complesso, l’attuale debolezza del bitcoin senza un singolo evento grave (cigno nero) di riferimento implica la mancanza di un chiaro momento in cui “le cattive notizie siano finite”, con le pressioni di vendita che derivano dai rimborsi degli ETF, tassi reali, deleveraging tech, lentezze regolamentari e restrizioni di liquidità delle tesorerie aziendali in una sovrapposizione di lungo periodo. Il vero segnale di inversione non sarà il superamento dei 65.000 o 70.000 dollari, ma piuttosto il ritorno di afflussi netti significativi sugli ETF per diverse settimane, il picco dei tassi reali, Strategy nuovamente net buyer, stabilità sui risk budget dei tech stock e il passaggio dalla regolamentazione attesa a normative esecutive. Prima di queste condizioni, si configura uno scenario da “orso a domanda in declino lento”, in cui il rischio non sta nei singoli crolli giornalieri, ma nella persistente erosione degli slanci e della fiducia degli investitori.
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