Il CPI di agosto "caldo" al punto giusto? Wall Street scommette intensamente sull'aumento dei tassi della Fed la prossima settimana, stavolta Walsh non può più "gridare al lupo".
Il “nuovo portavoce della Federal Reserve” analizza il CPI: l'inflazione core annualizzata si raffredda, ma la tendenza a breve termine è tornata a crescere. Dopo la pubblicazione del CPI, almeno due istituzioni che precedentemente prevedevano che la Federal Reserve avrebbe mantenuto invariati i tassi la prossima settimana ora prevedono un aumento dei tassi. A Wall Street non tutti pensano che l'inflazione negli Stati Uniti sia di nuovo fuori controllo, ma sempre più persone ritengono che, in presenza di un rallentamento della discesa dell'inflazione e di una nuova crescita del prezzo del petrolio, la Federal Reserve debba attuare un aggiustamento preventivo della politica attraverso un aumento dei tassi. Emergono divergenze tra le istituzioni: settembre sarà un rialzo “preventivo” dei tassi o l'inizio di un nuovo ciclo di rialzi? Resta il dubbio se ci sarà un ulteriore aumento a dicembre.
L’inflazione core degli Stati Uniti superiore alle attese in agosto sta diventando il fattore chiave che potrebbe spingere la Federal Reserve ad alzare i tassi d’interesse la prossima settimana. Sebbene parte di Wall Street ritenga che nei dati mensili vi siano fattori transitori, come il forte aumento dei prezzi dei servizi telefonici, che non bastano a dimostrare una ripresa generalizzata dell'inflazione, un numero crescente di economisti ritiene che la Federal Reserve non possa più ignorare i segnali di rafforzamento dell’inflazione evidenziatisi negli ultimi due mesi consecutivi.
I dati pubblicati venerdì 11 (ora di New York) dal Bureau of Labor Statistics statunitense mostrano che in agosto il CPI è aumentato dello 0,4% su base mensile e del 3,4% su base annua, dati perfettamente in linea con le attese di mercato; il core CPI, che esclude cibo ed energia, è cresciuto dello 0,3% su base mensile, superiore alle attese dello 0,2%, mentre l’aumento annuo è stato del 2,4%, centrando le aspettative. In un contesto in cui anche il PPI pubblicato giovedì ha mostrato una tendenza al rialzo e il prezzo internazionale del petrolio ha superato i 100 dollari al barile, questo rapporto sul CPI rafforza ulteriormente le aspettative di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve la prossima settimana.
Di conseguenza, il mercato dei futures sui tassi di interesse ha immediatamente rivisto al rialzo la probabilità di un rialzo. Dopo la pubblicazione del CPI, la possibilità che la Federal Reserve aumenti di 25 punti base il tasso d’interesse nella riunione del 15-16 settembre è salita fino a circa il 90%, per poi scendere leggermente, attestandosi ora intorno all’85%, ben al di sopra del 70% precedente la pubblicazione del CPI. Parallelamente, le aspettative per un secondo rialzo quest’anno sono in aumento. La probabilità che si verifichi almeno un rialzo nel 2023 è salita dal 94% al 97% in un solo giorno.
La “nuova agenzia stampa della Fed” analizza il CPI: il trend annuo si raffredda ma la tendenza a breve riprende forza
Nick Timiraos, capo reporter economico di Wall Street Journal, noto come la “nuova agenzia stampa della Fed”, ha analizzato ulteriormente il CPI su social media.
Ha osservato che l’aumento mensile non arrotondato del core CPI di agosto è stato dello 0,29%, il che si traduce in una crescita annualizzata del 3,5%; il tasso annualizzato degli ultimi tre mesi è salito dall’1,6% al 2%, e nei sei mesi dal 2,4% al 2,6%. Sul periodo dei 12 mesi, invece, la crescita annuale del core CPI è scesa solo marginalmente dal 2,5% al 2,4%, un calo davvero limitato.

In altre parole, a 12 mesi il core dell’inflazione mostra ancora segni di raffreddamento; ma considerando metriche come quella a tre e sei mesi, più rappresentative delle tendenze recenti, il processo di raffreddamento appare già essersi fermato o addirittura invertito.
Timiraos sottolinea anche che, escludendo l’abitazione, i prezzi dei servizi core sono aumentati dello 0,51% su base mensile ad agosto – il valore più alto da gennaio – e del 3% su base annua; i prezzi dei beni core sono cresciuti dello 0,11% mensile e dello 0,7% annuo; i prezzi abitativi hanno segnato +0,26% su base mensile e +3% annuale.

Tuttavia, Timiraos segnala un’importante “fonte di rumore” nei dati di agosto: i prezzi dei servizi telefonici sono saliti di ben il 5,4% in un solo mese, il maggiore aumento mai registrato, contribuendo allo 0,10% del core CPI.
Brian McClard, Chief Investment Officer di Blue Trust, fa notare che i prezzi dei servizi telefonici sono stati in una tendenza deflazionistica negli ultimi 30 anni, e l’aumento di agosto è anomalo. Timiraos precisa che non si tratta solo di agosto: anche a giugno questa voce ha contribuito in modo evidente al core CPI.
Pertanto, il core CPI di agosto superiore alle attese non può semplicemente essere interpretato come una riaccelerazione generalizzata dell’inflazione di fondo negli Stati Uniti.
Il mainstream di Wall Street cambia posizione: non è detto che l’inflazione sia fuori controllo, ma basta per sostenere un rialzo a settembre
Nonostante la presenza di rumori statistici, a Wall Street si fa sempre più strada l’idea che la Federal Reserve difficilmente potrà fermarsi la prossima settimana.
Kathy Bostjancic, capo economista di Nationwide, osserva che il nuovo incremento dei prezzi di petrolio, benzina e diesel desta preoccupazione rispetto alla possibile trasmissione verso altri beni e servizi e al surriscaldamento delle aspettative di inflazione. Perciò prevede ora un rialzo dei tassi della Federal Reserve la prossima settimana.
Stephen Juneau, senior economist di Bank of America, aggiunge che i dati di agosto da soli non sono sufficienti per aumentare la sua preoccupazione circa le prospettive dell’inflazione. L’impennata dei servizi telefonici è tipicamente “rumore, destinato a invertirsi”, ma ciò non esclude comunque un rialzo.
Anna Wong e Troy Durie di Bloomberg, anch’essi economisti, ritengono che il CPI di agosto non sarà sufficiente a convincere i membri più “colombi” dell’FOMC a lasciare i tassi invariati. Unito a un mercato già orientato all’inasprimento, la Federal Reserve probabilmente sarà costretta ad alzare i tassi la prossima settimana.
Il Wall Street Journal cita Ellen Zentner, Chief US Economist di Morgan Stanley Wealth Management: sebbene il CPI non sia così “caldo” come il PPI del giorno precedente, lascia comunque alla Fed sempre meno margine di manovra per mantenere la propria credibilità anti-inflazione.
Skyler Weinand, Chief Investment Officer di Regan Capital, è ancora più esplicito: il CPI di agosto è in linea con le aspettative ma “l’inflazione è ancora troppo calda” e la Fed non ha scelta, quindi un rialzo la prossima settimana “è quasi certo”.
Sharif: per la Fed è arrivato il momento di “agire o tacere”
Tra gli economisti che hanno già commentato, l’analisi di Omair Sharif, fondatore di Inflation Insights, è particolarmente “falco”.
Sharif afferma che la Federal Reserve è arrivata al punto della “azione o silenzio”: se alla conferenza di Jackson Hole aveva indicato la necessità di intervenire, ora deve mantenere la parola con un rialzo, altrimenti rischia di diventare “la storia del lupo”.
Ciò fa riferimento alle dichiarazioni di Powell alla conferenza di Jackson Hole di agosto, quando il presidente della Fed disse che, se non avranno la certezza che l’inflazione di fondo sta convergendo rapidamente e chiaramente verso il 2%, “rimane ancora lavoro da fare”.
Sharif sottolinea che nell’aumento del core CPI di agosto pesano in modo anormale i servizi di wireless communication: escludendo questa voce, l’inflazione core sarebbe molto più moderata. Ma sottolinea anche che, con probabilità di rialzo per la prossima settimana vicine al 90%, la Fed non può più giustificare la mancata azione sulla base di anomalie di singoli elementi.
Ora, con il core CPI di agosto in aumento dello 0,3% su base mensile, il petrolio sopra 100 dollari al barile e le tensioni in Medio Oriente che pesano sul mercato dell’energia, lo spazio di manovra per non agire si restringe vistosamente per Powell la prossima settimana.
Oxford Economics mantiene una riserva: il core PCE potrebbe crescere solo dello 0,2%, la decisione resta in bilico
Non tutti gli economisti, però, ritengono che il CPI sia sufficiente a determinare la direzione della politica monetaria.
Gli analisti di Oxford Economics ricordano che la Federal Reserve guarda soprattutto al Personal Consumption Expenditures Price Index (PCE) e non al solo CPI. Grazie all’aumento contenuto di alcuni prezzi core dei beni, prevedono che il core PCE possa salire solo dello 0,2% su base mensile in agosto: un dato relativamente moderato.
Se questa previsione si avverasse, la Federal Reserve avrebbe ancora motivi per posticipare un rialzo dei tassi la prossima settimana.
Tuttavia anche Oxford Economics riconosce che la decisione è ormai “sul filo del rasoio”.
Il problema è che molte altre istituzioni prevedono un aumento più marcato del core PCE in agosto. Se queste previsioni si realizzassero, potrebbero alimentare ulteriori timori all’interno della Federal Reserve, soprattutto tra quei funzionari che ritenevano che il calo dell’inflazione di giugno e luglio potesse dar vita a un trend positivo duraturo.
Reuters osserva che almeno due istituti di Wall Street hanno già cambiato la propria previsione: in precedenza attendevano uno stop a settembre, ora prevedono un rialzo la prossima settimana.
I strategist di TD Securities hanno abbandonato la previsione di mantenere i tassi fermi e ora si attendono che la Federal Reserve avvii la prossima settimana la prima delle tre strette dell’attuale ciclo.
Oscar Munoz, Gennadiy Goldberg e altri strategist di TD hanno scritto in un report pubblicato venerdì: “Ci aspettiamo complessivamente tre rialzi in questo ciclo: il secondo e terzo arriveranno tra ottobre e gennaio 2024. La Federal Reserve potrebbe non fornire guidance, ma il dot plot sarà tendenzialmente restrittivo.” Il report sottolinea inoltre: “Dopo un CPI di agosto che non mostra progressi sul fronte dell'inflazione, ci aspettiamo che il ciclo inizi proprio a settembre.”
Hodge: non è una riaccelerazione dell’inflazione, ma solo una “tappa accidentata del percorso disinflattivo”
Christopher Hodge, economista di Natixis, offre invece una visione più moderata.
Secondo lui, il CPI di agosto non comporta una ripartenza dell’inflazione core, ma rappresenta piuttosto “una tappa accidentata nel percorso verso la disinflazione”.
Ma ciò non significa che sia contrario a un rialzo dei tassi la prossima settimana. Hodge ritiene che la Federal Reserve possa giudicare necessaria una o due strette “soft” sull'economia, a partire probabilmente dalla riunione della prossima settimana.
Questa lettura spiega anche le reazioni contrastanti dei mercati: Wall Street non crede necessariamente a una nuova fuga dell’inflazione USA, ma la stagnazione della discesa inflattiva ed il nuovo aumento dei prezzi del petrolio spinge sempre più esperti a vedere necessaria almeno una “stretta assicurativa” della Fed tramite un aumento dei tassi.
“Un solo rialzo” o “inizio di nuovo ciclo”? Le divergenze emergono tra gli analisti di Wall Street
Dunque, dopo la pubblicazione del CPI di agosto, l’attenzione del mercato si sta spostando dal “ci sarà il rialzo a settembre?” al “cosa succede dopo settembre?”
Peter Williams, global macro analyst di 22V Research, ritiene che questo report sull’inflazione “non è di certo il peggiore temuto dai mercati”, ma non basta neanche a risolvere i problemi cronici degli Stati Uniti. Secondo lui, la reazione del mercato mostra addirittura che un’inflazione “abbastanza calda” da spingere la Fed a stringere può essere positiva, perché c’era già la paura che la politica fosse diventata troppo espansiva e provocasse nuova inflazione.
Florian Ielpo, Head of Macro Research e gestore multi-asset di Lombard Odier Investment Managers, conferma: non si tratta della lettura dell’inflazione più temuta dal mercato, ma nemmeno risolve tutti i problemi.
Chris Zaccarelli, Chief Investment Officer di Northlight Asset Management, afferma che non si può dire che sicuramente la Federal Reserve alzerà i tassi la prossima settimana, ma è difficile immaginare che di fronte a questi dati possa giustificare ancora una pausa.
Jim Baird, Chief Investment Officer di Plante Moran, osserva che il core inflation di agosto è più alto del livello ideale, rendendo la riunione di politica monetaria della prossima settimana ancora più cruciale. Se la Fed restasse ferma, le domande sul “che cosa stia aspettando la Fed” rischiano di diventare ancora più pressanti.
Bret Kenwell, analista USA per investimenti e opzioni di eToro, sposta invece l’attenzione sul dopo-rialzo. Gli investitori potrebbero leggere l’eventuale rialzo come una “stretta assicurativa” contro il rischio inflazione più che come l’inizio di una nuova fase restrittiva, dunque la reazione del mercato potrebbe essere quella di una “stretta da colomba”.
In questa situazione, la parte corta dei rendimenti dei Treasury resterebbe alta, ma sulla parte lunga la pressione per ulteriori rialzi potrebbe essere contenuta.
La probabilità di un rialzo a settembre corre, ma la nuova incognita è dicembre
Dopo la pubblicazione del CPI, i futures sui tassi d’interesse hanno recepito rapidamente il cambiamento delle aspettative.
La probabilità di un rialzo nella riunione di settembre è schizzata fino al 90%, per poi assestarsi all’85%, comunque ben più elevata del 70% precedente la pubblicazione. Anche le probabilità di un secondo rialzo nell’anno sono aumentate.
Questo significa che il dibattito sul rialzo di settembre si sta velocemente smorzando, mentre la nuova questione diventa: si tratta di una “stretta assicurativa”, oppure siamo all’inizio di un nuovo ciclo di rialzi?
Dall’analisi di Timiraos sulle metriche annualizzate a 3 e 6 mesi, si evince che la tendenza inflazionistica recente non è più così lineare come sembrava; secondo Oxford Economics, poi, l’aumento secondo la metrica PCE potrebbe essere più moderato rispetto al CPI; mentre per Hodge e altri, i dati di agosto potrebbero rappresentare solo un temporaneo “rimbalzo” sul percorso disinflattivo.
Di conseguenza, nella prossima riunione della Federal Reserve ciò che conta davvero non è solo l’aumento dei 25 punti base in sé, ma come Powell spiegherà l’operazione e se darà segnali su eventuali nuovi rialzi futuri.
Se la Federal Reserve definirà l’azione di settembre come “stretta assicurativa” contro i rischi di inflazione, il mercato potrebbe percepirla come “rialzo da colomba”. Se invece Powell lascerà intendere un ciclo di strette consecutive, allora le pressioni di riprezzamento su Treasury e asset rischiosi potrebbero solo essere all’inizio.
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