Il mercato globale delle obbligazioni del 2026 affronta un "orso lento": l’intensità è molto inferiore rispetto al 2022, ma il dolore potrebbe essere più duraturo
Recentemente, i prezzi delle obbligazioni globali sono diminuiti, ma non quanto il crollo registrato nel 2022.
Secondo quanto riportato da App di Finanza Intelligente, una tempesta di vendite di obbligazioni che coinvolge le economie sviluppate a livello globale sta accelerando. Il 1° settembre, dai Stati Uniti, il Giappone al Regno Unito, Germania e Australia, i titoli di Stato di diversi paesi sono stati oggetto di vendite sincronizzate, portando i rendimenti a lungo termine a salire ai massimi da molti anni, se non decenni. Il rendimento dell'indice Bloomberg Global Government Bonds è aumentato per quattro sedute consecutive, attestandosi al 3,72%, il livello più alto da metà 2008. Tuttavia, per quanto questa ondata di vendite possa sembrare drammatica, non è paragonabile al “massacro” obbligazionario di quattro anni fa innescato dall’impennata dell’inflazione.
Dati a confronto: il "dolore" del 2026 vs il "crollo" del 2022
Quest’anno, la tempesta ha investito praticamente ogni angolo del mondo avanzato: il rendimento del decennale giapponese ha toccato il 3% per la prima volta dal 1996; il decennale americano ha superato il 4,8%, avvicinandosi ai livelli massimi da ottobre 2023; il trentennale britannico ha segnato il record dal 1998; i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi e francesi sono saliti ai massimi da oltre un decennio.
Tuttavia, questa apparente ondata di vendite rimane di portata inferiore rispetto al crollo obbligazionario del 2022 causato dall’impennata dell’inflazione. I dati mostrano che i rendimenti globali dei titoli di Stato sono aumentati di circa 17 punti base negli ultimi 20 giorni di contrattazione, contro i 62 punti base nello stesso periodo del 2022. Dal picco al minimo, i prezzi delle obbligazioni hanno perso il 4,2% nel 2026, molto meno rispetto al crollo del 23% nel 2022.

La differenza sta nel punto di partenza. All’inizio del 2022, i rendimenti globali delle obbligazioni erano su minimi storici, ovvero una massima sensibilità dei prezzi ai movimenti dei tassi. Oggi, i rendimenti sono già rimbalzati da livelli più elevati, e le cedole offrono agli investitori un maggiore ammortizzatore contro il calo dei prezzi: il rendimento medio delle cedole delle obbligazioni incluse nell’indice Bloomberg Global aggregate quest’anno è del 2,68%, superiore all’1,84% del 2022. Cedole più consistenti hanno attenuato in parte le perdite in conto capitale.
Nonostante la vendita in corso non dia segni di rallentamento, la moderata variazione dei rendimenti finora offre un po’ di sollievo agli osservatori di mercato esperti. Nel frattempo, la volatilità dei rendimenti delle obbligazioni governative globali misurata da Bloomberg è scesa dal massimo di 56 punti base di maggio a 37 punti base, ben lontana dal picco di circa 92 punti base del 2022; questa volatilità “smussata” riflette probabilmente la normalità in un mercato che sta assorbendo molteplici pressioni strutturali.

“Forse questo è un balsamo per i nervi.” Ha detto Stephen Miller, consigliere presso GSFM di Sydney, aggiungendo che, pur non valutando la situazione come un “forte acquisto”, ritiene che a questi livelli di rendimento “le obbligazioni siano da prendere in considerazione per chi punta al reddito”.
Kerry Craig, strategist di JP Morgan Asset Management a Melbourne, osserva anche che: “La realtà non è così cupa come suggerisce il mercato obbligazionario”.
Tripla pressione: inflazione, offerta e la fine dell’era del “denaro a basso costo”
Sebbene questa ondata di vendite sia meno intensa rispetto al 2022, le sue cause sono più numerose e complesse, e si rafforzano a vicenda.
Scatto dei prezzi del petrolio e ritorno dell’inflazione
Il peggioramento del conflitto tra Stati Uniti e Iran ha spinto il prezzo internazionale del petrolio sopra i 90 dollari al barile. Martedì, il Brent ha superato i 91 dollari; il prezzo di riferimento europeo del gas naturale ha segnato il massimo degli ultimi tre anni e mezzo. Il mercato teme che il trasporto energetico attraverso lo stretto di Hormuz resti disturbato a lungo, esercitando pressioni rialziste persistenti sui prezzi dell’energia. Questa fiammata dei prezzi rafforza le aspettative d’inflazione, rendendo plausibile che i tassi restino elevati più a lungo.

Il discorso falco di Kevin Walsh (Presidente della Federal Reserve) di venerdì scorso al simposio globale delle banche centrali di Jackson Hole ha rappresentato il catalizzatore diretto per l’attuale sell off. Il mercato dei tassi swap prezza ora una probabilità del 68% di rialzo dei tassi Fed a settembre, contro il 34% prima dell’intervento di Walsh.

Inondazione di offerta: il debito pubblico e il boom di emissioni AI
La pressione maggiore proviene da un eccesso di offerta obbligazionaria. Il debito pubblico statunitense ha superato ad agosto i 40 mila miliardi di dollari, con la spesa per interessi prevista quest’anno appena sotto i 1,2 mila miliardi. Nel frattempo, il boom dell’intelligenza artificiale ha determinato una nuova, enorme domanda di finanziamenti: Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle hanno emesso in totale circa 220 miliardi di dollari in obbligazioni nel 2023, per costruire data center e infrastrutture AI. Quando governo e big tech competono per lo stesso bacino di capitali, la pressione sull’offerta aumenta notevolmente.
Giappone: il crollo dell’ultimo pilastro mondiale del “denaro facile”
L’impennata dei rendimenti giapponesi è di importanza sistemica. Da tempo, il basso rendimento dei Treasury USA dipende almeno in parte dai capitali a basso costo provenienti da economie a tassi bassi come il Giappone. Un anno fa, il decennale giapponese rendeva circa l’1,5%, oggi è triplicato al 3%. Il 3% è l’ipotesi di costo del debito usata dal governo giapponese nella manovra per il 2026; ora i rendimenti di mercato hanno superato la previsione del governo. La quota degli investitori internazionali nelle transazioni spot mensili sul debito nipponico è salita dal 12% del 2009 a circa i due terzi oggi, il che significa che parte del capitale finora diretto verso i Treasury USA sta rientrando in Giappone. Strategist Bloomberg sottolineano che i trader del reddito fisso del G10 seguono sempre più il Giappone, mentre i rendimenti australiani si muovono sempre più in sintonia con quelli nipponici, non americani.
Il presidente della Bank of Japan, Kazuo Ueda, ha già lasciato intendere un rialzo dei tassi a settembre, mentre l’aspettativa di una stretta anticipata rimane alta. Essendo il più grande detentore di Treasury USA, il rialzo dei rendimenti domestici in Giappone può innescare un ritorno di capitali su scala globale, intensificando la pressione sugli Stati Uniti. Intanto, il mercato dà ormai per certo un rialzo della BCE la prossima settimana, mentre la probabilità di un rialzo della BoJ a settembre è valutata al 92%.
Come sottolineato dallo strategist di TD Securities per l’Asia Pacifico: “Più l’inflazione rimane rigida, più i tassi devono restare elevati più a lungo. Il peggioramento fiscale e l’aumento del premio a termine resteranno temi centrali per il mercato”.
La prossima soglia per il mercato: la “barriera psicologica” del 5%
Al momento, nessuno può affermare che i rendimenti abbiano raggiunto il massimo. Secondo gli analisti, fra il rialzo dei prezzi energetici e le pressioni inflazionistiche, lo spostamento dei risparmi verso investimenti a maggior rischio, l’avventurismo in stile Trump che accentua la volatilità obbligazionaria, un premio di rischio fiscale più elevato o l’effetto di “crowding out” dovuto alle maxi emissioni corporate, manca una motivazione per cui la crescita dei rendimenti dovrebbe fermarsi a breve.
Ronald Albahari, Chief Investment Officer presso la wealth manager americana LNW, avverte che se il decennale USA superasse il 5%, “sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso”, potenzialmente innescando la vendita degli asset di rischio. Nancy Vanden Houten, capo economista di Oxford Economics, sottolinea: “Considerati i rischi al rialzo sull’inflazione, le incertezze geopolitiche, il debito corporate ai massimi e le emissioni pubbliche su livelli elevati, i tassi a lunga scadenza restano esposti a pressioni verso l’alto”. L’aumento dei rendimenti in Giappone è un altro potenziale elemento di stress, dato che potrebbe promuovere un ritorno di capitali verso Tokyo su scala globale.

L’impatto di questa ondata di vendite obbligazionarie va ben oltre il mercato stesso. I rendimenti dei titoli di Stato sono il parametro di riferimento per il costo del credito nell’intera economia: dal mutuo casa ai prestiti auto, dal credito agli studenti al finanziamento delle imprese, il rialzo dei costi di prestito si trasmette ovunque nell’economia reale. Fra guerra in Iran, inflazione ancora “appiccicosa” e disavanzi fiscali fuori controllo, la nuova valutazione del mercato obbligazionario globale potrebbe essere solo all’inizio.
Se il “bear market rapido” del 2022 fu innescato dai rapidi rialzi delle banche centrali, la situazione odierna è di sofferenza più graduale, più persistente e senza una chiara via d’uscita. Ayako Sera, senior market strategist di Sumitomo Mitsui Trust Bank, afferma: “I fattori negativi per le obbligazioni si stanno accumulando costantemente, ma ad ora manca un catalizzatore decisivo che costringa davvero gli investitori a uscire dal mercato”.
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