Gli Stati Uniti e il Giappone intervengono insieme nel mercato valutario dopo quasi 30 anni; la Federal Reserve dichiara che l’azione è guidata dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e non sono stati utilizzati fondi propri.
La Federal Reserve ha dichiarato mercoledì che l'intervento congiunto tra Stati Uniti e Giappone a fine luglio per sostenere lo yen è stato guidato dal Tesoro degli Stati Uniti e che non sono stati utilizzati fondi propri della Federal Reserve.
Secondo quanto riportato da Zhihu Finance APP, la Federal Reserve ha dichiarato mercoledì che l'intervento congiunto tra Stati Uniti e Giappone sui mercati valutari a fine luglio, volto a sostenere lo yen, è stato guidato dal Dipartimento del Tesoro statunitense, senza il coinvolgimento diretto dei fondi della Fed. Quest’operazione ha rappresentato il primo intervento congiunto tra Stati Uniti e Giappone sul mercato dei cambi a sostegno dello yen negli ultimi trent’anni, dopo che lo yen aveva toccato il livello più basso contro il dollaro dagli anni '80.
Dal verbale della riunione di settembre di politica monetaria della Fed emerge che la Federal Reserve di New York ha operato in questa occasione "esclusivamente in qualità di agente finanziario per conto del Tesoro USA", utilizzando fondi del Tesoro. L’Account Sistematico per il Mercato Aperto (SOMA), impiegato dalla Fed per l’attuazione della politica monetaria e che detiene principalmente titoli di Stato statunitensi e altri strumenti finanziari, non è stato coinvolto.

Il verbale non ha rivelato il momento esatto e l’ammontare dell’intervento. Il mese scorso, il Segretario del Tesoro Janet Yellen aveva dichiarato che gli Stati Uniti hanno partecipato con una cifra puramente "simbolica", sottolineando che il sostegno allo yen risponde agli interessi americani.
Negli ultimi anni, la costante debolezza dello yen è diventata una questione rilevante per i responsabili delle politiche in Giappone. La svalutazione della valuta ha fatto salire i prezzi dei beni importati, aggravando il costo della vita per le famiglie giapponesi. Al contempo, il presidente USA Donald Trump aveva criticato il tasso di cambio basso dello yen, sostenendo che una valuta debole offre ai produttori giapponesi un vantaggio competitivo scorretto nel commercio internazionale.
L’intervento di fine luglio segna la prima azione concertata tra Tokyo e Washington sul mercato valutario per sostenere lo yen negli ultimi trent’anni. In precedenza, lo yen aveva subito una svalutazione rilevante, scendendo contro il dollaro ai livelli più bassi dagli anni '80.
Il Giappone ha investito notevoli risorse per stabilizzare il cambio. Secondo dati del Ministero delle Finanze giapponese, nel solo mese fino al 26 agosto, il valore dell’intervento sul mercato valutario ha raggiunto il record di 15,4 trilioni di yen (pari a circa 97,5 miliardi di dollari). Il Ministro delle Finanze giapponese, Shunichi Suzuki, e Janet Yellen hanno affermato di essere pronti a intervenire nuovamente se necessario.
Tuttavia, secondo gli addetti ai lavori, anche un nuovo intervento da parte di USA e Giappone potrebbe non bastare per invertire durevolmente il trend ribassista dello yen. Tra i principali fattori che influenzano la valuta giapponese rimangono infatti le divergenze di politica monetaria tra USA e Giappone; se il mercato ritiene che la Banca Centrale giapponese non riuscirà a stringere la propria politica al ritmo della Fed, lo yen potrebbe tornare sotto pressione.
Alcuni strategist hanno avvertito che, in tale contesto, il cambio dollaro-yen potrebbe tornare a sfiorare quota 160. Inoltre, i piani di espansione fiscale promossi dal Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi hanno suscitato ulteriori timori sul futuro delle finanze pubbliche, incrementando la pressione sulla valuta nazionale.
Mercoledì, il tasso di cambio yen-dollaro si è mantenuto pressoché stabile intorno a 157,95. Con la valuta ancora vicina ai minimi storici, resta centrale l’attenzione del mercato sulle possibili future azioni coordinate USA-Giappone e sulla capacità della Banca Centrale giapponese di ridurre il differenziale dei tassi con la Federal Reserve tramite la politica monetaria.
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